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mercoledì 26 gennaio 2011

L'ultima rivolta degli indiani d'America

di Vittorio Zucconi - 25 gennaio 2011
Un maxi oleodotto lungo tremila chilometri Partirà dal Canada fino alle
coste del Messico. Il piano ha il nulla osta dei repubblicani, di Hillary
e dei sindacati. Per i proprietari della pipeline non c´è alcun rischio di
catastrofe come quella del Golfo. Fu il «cavallo di ferro» a distruggere
l´America degli indiani nativi centocinquant'anni or sono.


Sarà il «sangue nero» a devastare domani i resti della loro casa, le
Grandi Praterie. Il progetto Keystone, «chiave di volta», il nuovo
oleodotto che dovrebbe pompare il petrolio spremuto dalle sabbie
bituminose del Canada per portarlo fino al Golfo del Messico taglierà da
nord a sud le pianure e i falsopiani del West, come nel 1865 le rotaie
della Union Pacific tagliarono da Est a Ovest, dall´Atlantico al Pacifico,
il cuore del continente.
Sarà un fiume di greggio lungo quasi tremila chilometri, un fiume
artificiale lungo un corso parallelo al grande fiume naturale e padre
della fertilità americana, il Mississippi, che neppure la resistenza delle
nazioni e tribù del Grande Nord che hanno lanciato un movimento per
impedirne la costruzione riuscirà a fermare. Come la fame di terra nella
nuova nazione bianca divorò le Grandi Pianure penetrandole con locomotive
e rotaie, così la sete insaziabile di petrolio non permetterà opposizioni.
La corsa all´Ovest, come la corsa alla pompa di benzina non si ferma.
Sono state le popolazioni native del Canada, le «Prime Nazioni» come si
fanno chiamare, a denunciare questo progetto titanico, l´oleodotto capace
di pompare quasi un milione di barili al giorno - 120 milioni di litri -
dalle sabbie bituminose di Athabaska a Nord di Edmonton, fino ai terminali
di Houston in Texas. Dallo stato di Alberta, nel Canada, dove questo
immenso giacimento di fanghiglia bituminosa, il terzo per dimensioni al
mondo, giace, la scoperta di questa nuova e micidiale ferita nel cuore del
continente nazione ha oltrepassato il confine statunitense.
Seguendo il tracciato del progetto «Chiave di Volta», ha raggiunto il
Montana, il Nebraska, il Kansas, i «granai» d´America, l´Oklahoma e il
Texas, l´ultima tappa. Ha scosso agricoltori bianchi come consigli tribali
di Lakota, Cheyenne, Shoshone, Pawnee, Cree, e di tutte le genti che
ancora vivono aggrappate a quello che resta dei territori dove il bisonte,
decimato dalle ferrovie e sterminato sistematicamente dai fucili dei
cacciatori e dei soldati, correva. Per avvertire che, se le ferrovie
annientarono i popoli, gli animali, la cultura della Grande Prateria,
questa norme vena nera distruggerà la terra sulla quale tutti ancora
vivono.
È una battaglia che perderanno, come furono perduta le battaglie, la
guerriglia e la guerra contro i baroni delle ferrovie che nel 1860
decisero, con l´appoggio del governo, di seguire il «Destino Manifesto»
della razza bianca a dilagare nel Nuovo Mondo viaggiando in treno, anziché
sui trabiccoli di legno e tela costruiti dal signor Studebaker per i
pionieri. L´oleodotto ha il nulla osta del Dipartimento di Stato e della
Segretaria Hillary Clinton, preoccupata per la dipendenza energetica dal
greggio arabo e sudamericano.
Ha il sostegno del partito repubblicano, oggi maggioranza alla Camera,
dove 40 deputati hanno già firmato una petizione di appoggio, il partito
che intonava i cori di «drill, baby, drill» al Congresso del 2008, per
invitare John McCain e la sua vice Sarah Palin, governatrice di un´Alaska
che sul petrolio esiste, a «trivellare, tesoro, trivellare» ovunque. E
gode dell´approvazione schiacciante degli automobilisti con il serbatoio
vuoto e i prezzi montanti ai distributori.
Il mito dell´«autosufficienza» in materia energetica è difficile da
abbandonare, anche se ormai gli Stati Uniti dipendono dal resto del mondo
per i due terzi di quanto bruciano. In questi anni di vacche magrissime, i
20 mila nuovi posti di lavoro promessi dal progetto fanno gola. «Il
percorso sulla terraferma ci assicura che non potranno mai ripetersi
catastrofi come quella nel Golfo», fa eco al presidente della TransCanada,
la futura proprietaria del nuovo fiume nero, il capo del sindacato dei
lavoratori degli oleodotti, William Hite. Dopotutto sono già in funzione
condotte di petrolio per 200 mila chilometri sul territorio americano e
duemila in più o in meno che differenza potranno fare? «I nostri studi
dimostrano che l´impatto ambientale sarà trascurabile e minimo» informa la
TransCanada.
Non trascurabile, né minimo, invece, per i primi figli di quelle terre né
per coloro che comunque di quella terra vivono. «Keystone» attraverserà i
bacini acquiferi del Nebraska e del Montana, dai quali dipendono per
vivere due milioni di persone. La falda acquifera è spesso di pochissimi
metri sotto la crosta della terra coltivata e dunque più facilmente
inquinabile in caso di rottura o incidenti.
Ma la sete di petrolio spaventa più della sete di acqua o delle «paturnie
nostalgiche», dei consigli tribali, dei nativi del Grande Nord e della
Pianure. Il «grande tubo nero» si farà, nonostante le opposizioni, le
firme contrarie di 65 deputati democratici, le nenie degli sciamani, come
furono fatte le ferrovie. Non vedremo film epici, come il «Cavallo di
ferro» del 1924, di John Ford per descrivere la «ferocia dei selvaggi»
contro gli innocenti passeggeri dei treni, perché l´ascia di guerra è
sepolta per sempre. Come è sepolto lo spirito della Prateria, sotto
traversine, asfalto e presto tubi.

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