Il 14 Febbraio 2012 il Consiglio Regionale d'Abruzzo ha approvato, alla unanimità, una risoluzione molto importante sul metanodotto e sulla centrale Snam.
La risoluzione, infatti, impegna il Presidente della Regione Abruzzo:
- a negare l'intesa con lo Stato sull'attuale progetto della Snam;
- a fermare ogni procedura autorizzativa in corso presso le strutture regionali;
- a richiedere subito l'istituzione di un tavolo nazionale per l'individuazione di una soluzione alternativa alla dorsale appenninica, così come richiesto anche dalla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati.
Il risultato raggiunto, per il quale il Comitato Interregionale No Tubo esprime piena soddisfazione, è ancora più significativo perché, prima del voto, il Presidente Chiodi ha dato lettura di una lettera del Governo nazionale con cui si mirava a condizionare l'esito della votazione.
Nella lettera, a firma del sottosegretario Claudio De Vincenti, si auspicava che il Consiglio Regionale Abruzzese non approvasse la risoluzione, il che si configura come una pesante ingerenza sull'autonomia di giudizio del massimo consesso regionale, democraticamente eletto.
Noi crediamo nelle istituzioni e riteniamo che, ora più che mai, il compito decisivo spetti ai pubblici amministratori che devono fornire prova, nei fatti, di essere da una sola parte: quella delle sacrosante ragioni del territorio e non quella della Snam che, per motivi di profitto, vuole imporci a tutti i costi un'opera che avrebbe un impatto devastante sul territorio, sull’ambiente e sulla sicurezza dei cittadini.
Quello che occorre adesso è un impegno totale, da parte delle Regioni Umbria e Marche affinché sia votata una risoluzione come quella Abruzzese e si attivino al fianco dell’Abruzzo per aprire immediatamente un tavolo per l’individuazione di un percorso alternativo.
Comitato Interregionale No Tubo
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martedì 21 febbraio 2012
domenica 19 febbraio 2012
GRANDI OPERE SI O NO?
Il problema del gasdotto Brindisi-Minerbio
Un estratto da un articolo del CAI (Club Alpino Italiano) da: "Lo Scarpone"
Qui trovate il link al PDF
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Lobby, politica e fiumi di denaro Il business del gas dimentica il paese reale
Il fatto quotidiano 18 febbraio
Ad aprile il consorzio che gestisce Shah Deniz, in Azerbaijan, il più grande giacimento scoperto negli ultimi dieci anni, scioglierà le riserve e deciderà a chi affidare il suo oro azzurro e in quale condotto incanalarlo per farlo arrivare in Europa. Due opzioni: corridoio Nord o corridoio Sud? Su quest'ultimo - che passerebbe dalla Puglia - avevano messo gli occhi gruppi finanziari collegati alle inchieste sulle escort. E nel frattempo in provincia di Lecce è già mobilitazione
Soldi, tantissimi soldi. Che fanno gola a molti e che, protetti dal velo dell’interesse energetico nazionale, muovono lobby popolate da faccendieri e personaggi noti alle cronache nazionali. Intercettazioni ambientali e telefoniche, Tarantini e Lavitola, ministri e premier. Lobby trasversali alla politica, eppure da essa dipendenti, per un risiko che si muove tra il Sud dell’Italia e il Caucaso, lì dove tutto nasce. Unico, comune denominatore è il gas, l’oro azzurro che sposta miliardi di euro, costruisce alleanze strategiche, decide il futuro di interi territori. E preoccupa chi teme scelte piovute dall’alto ed è ignaro di quanto accade sopra la propria testa: è la gente del Salento, punto d’arrivo e crocevia di quel ‘corridoio Sud’ che potrebbe portare l’Italia a dipendere sempre meno dagli stati esportatori. Altra faccia della medaglia, del resto, è la compromissione di una delle zone più incontaminate della Penisola, dove il business fa rima con turismo, sabbia finissima, mare pulito e sole. Una storia su due livelli: alla base il Paese reale, un gradino più su i padroni del vapore. Un vapore che puzza di gas.
Sarà aprile il mese decisivo per l’Italia. E sarà l’Azerbaijan a deciderne il destino, questo è certo. Il consorzio che gestisce Shah Deniz, il più grande giacimento di gas scoperto negli ultimi dieci anni, scioglierà le riserve e deciderà a chi affidare il suo oro azzurro e in quale condotto incanalarlo per farlo arrivare in Europa. “Entro quel mese, ci è stato assicurato che verrà espletata la gara per il trasporto del gas. Subito dopo potranno partire i lavori, ma l’Italia potrebbe anche essere totalmente esclusa dalla partita”. A parlare è Paolo Pasteris, Country Manager Italia di Tap, una delle società che punta alla costruzione del gasdotto per la via meridionale, quella che, attraversando la Grecia e l’Albania, sbarca direttamente sulla costa del Salento, a San Foca. Un percorso lineare, sicuramente il più diretto, ma che in Puglia incontra le resistenze fortissime della popolazione locale, che ha dato vita al movimento “No Tap”. E’ per questo che due giorni fa Pasteris si trovava a Melendugno, in provincia di Lecce, in un affollato e tesissimo incontro pubblico, per un pelo non degenerato in rissa.
“Noi per lo meno siamo trasparenti – ha detto- veniamo qui a spiegare. L’alternativa è che vi ritroviate con un altro gasdotto che approderà a Otranto e di cui nessuno ha mai saputo nulla”. Sì, è proprio questa l’altra opzione, quella di Itgi Poseidon. La Socar e la grande joint venture estera Aioc - che controllano il gas azero – sceglieranno infatti solo uno dei due progetti concorrenti del corridoio Sud. Ma potrebbero anche lasciarlo completamente all’asciutto, convogliando la risorsa nel corridoio Nord, dove se la giocano il Nabucco e il South Stream. Il primo, che ha sei soci che vanno dalla Turchia alla Germania, arriva in Austria, passando per Bulgaria, Romania e Ungheria. E’ il più difficile da realizzare e il più costoso, ma è sponsorizzato dagli Stati Uniti per mettere all’angolo la Russia, la cui presenza è invece imponente in South Stream, sviluppato da Eni e Gazprom, oltre che dalla francese EdF. Quest’ultimo prevede il trasporto del gas non solo azero ma anche russo, correndo sotto il Mar Nero, per approdare in Italia e in Austria.
E’ in questo scacchiere che si colloca la partita italiana. Soprattutto quella relativa all’abbassamento del prezzo del gas, che continua la sua impennata: 32 euro per MWh agli inizi di quest’anno. A quanto pare, c’è un’unica strada per ottenere questo obiettivo: un gasdotto che arrivi da sud, dalla Puglia. Il motivo è duplice. Non solo perché si migliorerebbe la sicurezza dell’approvvigionamento, bypassando la Russia e le crisi invernali che anche quest’anno, come nel 2005, hanno portato alla riduzione delle forniture. La vera differenza, in entrambi i progetti del corridoio meridionale rispetto a quelli settentrionali, la fa l’assenza dell’Eni, che attualmente detiene il monopolio delle importazioni. Si aprirebbe così, una volta per tutte, alla concorrenza in questo settore, specie in vista della separazione della proprietà tra Eni e Snam, che gestisce la rete di distribuzione. E’ ciò a cui tanto aspira il Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera.
Fra due mesi, dunque, potrebbe esserci la svolta. E tra i concorrenti, specie tra Itgi e Tap, è guerra all’ultimo colpo. Il primo, partecipato da Edison e dalla greca Depa, è già in fase di progettazione esecutiva, perché ha già in mano tutte le autorizzazioni del ministero dell’Ambiente e di quello dello Sviluppo Economico, che lo considera “l’opzione più avanzata ed economicamente efficiente nel medio periodo per l’export del gas azero verso l’Europa”, com’è scritto in una nota ufficiale diramata dopo l’incontro di luglio con il ministro dell’Energia dell’Azerbaijan Natig Aliev. Ma i destini dell’Italia, dicevamo, non si decidono a Roma, bensì a Baku. E lì la Trans Adriatic Pipeline ha una marcia in più. Al suo interno, infatti, possiede cospicue quote la norvegese StatoilHidro, che detiene anche, guarda caso, il 25,5 per cento delle azioni dell’Aioc, il consorzio che gestisce i pozzi di Shah Deniz.
E’ in questi giochi quasi fatti, in questo groviglio di strategie più grandi e lontane, che in maniera inconsapevole entra in campo il Salento. E’ la terra in cui, in entrambe le alternative del corridoio Sud, è previsto l’arrivo del gasdotto. Una ventina di km separano San Foca da Otranto. E’ stata necessaria, tuttavia, l’installazione in mare di una piattaforma per i sondaggi, nei giorni scorsi, a scoperchiare il pentolone e a mettere tutti di fronte al fatto compiuto. In pochi sapevano. Di certo, l’incontro di due sere fa a Melendugno dimostra che la gran parte delle comunità locali ignorava i termini della questione. Se a Otranto l’approdo di Itgi Poseidon è previsto in un’area tutto sommato già infrastrutturata – in cui sorgerà anche il nuovo porto turistico – , a San Foca, invece, attraversa una zona delicatissima, vicino alla scogliera di San Basilio, sabbia sottile e falesie fragilissime, fondali costellati da grotte carsiche e da reperti archeologici, praterie di poseidonia, l’alga protetta, che proprio i saggi di Tap hanno svelato.
San Foca, però, paga lo scotto di non aver mai sottoposto a nessun vincolo la sua costa. Non è riconosciuta come patrimonio storico, non è un Sic, non è un’area protetta, tutti motivi per cui Tap ha trovato impedimenti per far sbarcare il suo gasdotto a Brindisi, in piena area industriale. I salentini non ci stanno. “Qui stiamo lottando per avere una vera vocazione turistica, stiamo impegnando denari ed energia, non vogliamo sentir parlare di altro. E poi nessuno viene a illustrarci i rischi, eppure solo qualche settimana fa è esploso un gasdotto in Lunigiana”. A dirlo è Alfredo Fasiello, coordinatore di “No Tap”, il movimento che da Facebook si è diffuso a tamburo battente e ora coagula il dissenso. “Non vogliamo essere comprati – aggiunge – rifiutiamo qualsiasi royalty, qualsiasi indennizzo, perché questo sottende che ci sarà comunque un danno da compensare. Abbiamo il diritto di dire la nostra attraverso un referendum popolare”.
Qualcun altro, durante l’assemblea, è pessimista: “Ancora non abbiamo capito che le decisioni passeranno sulle nostre teste, ci sono interessi troppo forti”. Il che non è per niente da escludere. Solo l’investimento Tap si aggira intorno a 1,5miliardi di euro. E che faccia e abbia fatto gola a molti lo dicono le intercettazioni telefoniche e le carte delle Procure di Bari e Pescara, dove spuntano i nomi di imprenditori e faccendieri come Roberto De Santis, vicinissimo a Massimo D’Alema, Valter Lavitola e Giampaolo Tarantini.
Tutto parte da un’intercettazione ambientale della Guardia di Finanza barese nell’ambito dell’inchiesta sulle escort. E’ il 10 febbraio 2009, l’argomento riguarda i due gasdotti in concorrenza per aggiudicarsi il corridoio Sud. De Santis, discutendo con Tarantini, dice: “La Puglia non darà altri accrediti perché ci sono già due punti, un tubo che sbarca dalla Grecia ad Otranto, che è di Edison, un altro tubo che sbarca dall’Albania a Brindisi… che è quello su cui stavo lavorando io… Presso il ministero dell’Industria è stata istruita questa pratica, perché… c’è tutto pronto, bisogna solo firmare l’intesa tra Albania e Italia”. Tarantini si propone, allora, da intermediario per convincere Silvio Berlusconi ad accelerare i tempi e chiosa: “Il ministro dell’Industria chi è? Scajola. Ho fatto due viaggi in aereo con quello: un uomo suo, si mette a pecora quello”. Il giorno successivo, stando alle carte dell’inchiesta barese, il re delle protesi Tarantini incontra Berlusconi per parlare proprio del gasdotto.
Ma a fare azione di lobbying su un altro fronte, quello del ministro degli Esteri, ci si mette pure Valter Lavitola. In una telefonata intercettata il 15 ottobre 2009, l’ex direttore de l’Avanti parla con la segretaria di Franco Frattini, per chiedergli di fissare un incontro a tre tra lui, il ministro e il vicepresidente albanese Ilir Meta, in occasione della visita ufficiale fissata per il mese successivo. E’ “questione di un’importanza straordinaria”, dice Lavitola. E’ quella relativa al progetto Tap.
Quell’incontro non si è mai tenuto, ma com’è continuata la storia lo dice una lettera riservata datata 20 ottobre 2010 e che Il Fatto Quotidiano ha pubblicato. Così scrive il premier albanese Sali Berisha a Silvio Berlusconi, che comunque non gli avrebbe risposto: “Sono convinto che il Suo sostegno [...] creerà il fondamento necessario per far diventare il progetto Tap una realtà e quindi ad ottenere così una visione storica del corridoio di gas a favore d’Italia, Albania e dell’Unione Europea”. La sabbia nella clessidra sta per terminare. Ad aprile si capirà quali interessi saranno a prevalere.
Tiziana Colluto
Ad aprile il consorzio che gestisce Shah Deniz, in Azerbaijan, il più grande giacimento scoperto negli ultimi dieci anni, scioglierà le riserve e deciderà a chi affidare il suo oro azzurro e in quale condotto incanalarlo per farlo arrivare in Europa. Due opzioni: corridoio Nord o corridoio Sud? Su quest'ultimo - che passerebbe dalla Puglia - avevano messo gli occhi gruppi finanziari collegati alle inchieste sulle escort. E nel frattempo in provincia di Lecce è già mobilitazione
Soldi, tantissimi soldi. Che fanno gola a molti e che, protetti dal velo dell’interesse energetico nazionale, muovono lobby popolate da faccendieri e personaggi noti alle cronache nazionali. Intercettazioni ambientali e telefoniche, Tarantini e Lavitola, ministri e premier. Lobby trasversali alla politica, eppure da essa dipendenti, per un risiko che si muove tra il Sud dell’Italia e il Caucaso, lì dove tutto nasce. Unico, comune denominatore è il gas, l’oro azzurro che sposta miliardi di euro, costruisce alleanze strategiche, decide il futuro di interi territori. E preoccupa chi teme scelte piovute dall’alto ed è ignaro di quanto accade sopra la propria testa: è la gente del Salento, punto d’arrivo e crocevia di quel ‘corridoio Sud’ che potrebbe portare l’Italia a dipendere sempre meno dagli stati esportatori. Altra faccia della medaglia, del resto, è la compromissione di una delle zone più incontaminate della Penisola, dove il business fa rima con turismo, sabbia finissima, mare pulito e sole. Una storia su due livelli: alla base il Paese reale, un gradino più su i padroni del vapore. Un vapore che puzza di gas.
Sarà aprile il mese decisivo per l’Italia. E sarà l’Azerbaijan a deciderne il destino, questo è certo. Il consorzio che gestisce Shah Deniz, il più grande giacimento di gas scoperto negli ultimi dieci anni, scioglierà le riserve e deciderà a chi affidare il suo oro azzurro e in quale condotto incanalarlo per farlo arrivare in Europa. “Entro quel mese, ci è stato assicurato che verrà espletata la gara per il trasporto del gas. Subito dopo potranno partire i lavori, ma l’Italia potrebbe anche essere totalmente esclusa dalla partita”. A parlare è Paolo Pasteris, Country Manager Italia di Tap, una delle società che punta alla costruzione del gasdotto per la via meridionale, quella che, attraversando la Grecia e l’Albania, sbarca direttamente sulla costa del Salento, a San Foca. Un percorso lineare, sicuramente il più diretto, ma che in Puglia incontra le resistenze fortissime della popolazione locale, che ha dato vita al movimento “No Tap”. E’ per questo che due giorni fa Pasteris si trovava a Melendugno, in provincia di Lecce, in un affollato e tesissimo incontro pubblico, per un pelo non degenerato in rissa.
“Noi per lo meno siamo trasparenti – ha detto- veniamo qui a spiegare. L’alternativa è che vi ritroviate con un altro gasdotto che approderà a Otranto e di cui nessuno ha mai saputo nulla”. Sì, è proprio questa l’altra opzione, quella di Itgi Poseidon. La Socar e la grande joint venture estera Aioc - che controllano il gas azero – sceglieranno infatti solo uno dei due progetti concorrenti del corridoio Sud. Ma potrebbero anche lasciarlo completamente all’asciutto, convogliando la risorsa nel corridoio Nord, dove se la giocano il Nabucco e il South Stream. Il primo, che ha sei soci che vanno dalla Turchia alla Germania, arriva in Austria, passando per Bulgaria, Romania e Ungheria. E’ il più difficile da realizzare e il più costoso, ma è sponsorizzato dagli Stati Uniti per mettere all’angolo la Russia, la cui presenza è invece imponente in South Stream, sviluppato da Eni e Gazprom, oltre che dalla francese EdF. Quest’ultimo prevede il trasporto del gas non solo azero ma anche russo, correndo sotto il Mar Nero, per approdare in Italia e in Austria.
E’ in questo scacchiere che si colloca la partita italiana. Soprattutto quella relativa all’abbassamento del prezzo del gas, che continua la sua impennata: 32 euro per MWh agli inizi di quest’anno. A quanto pare, c’è un’unica strada per ottenere questo obiettivo: un gasdotto che arrivi da sud, dalla Puglia. Il motivo è duplice. Non solo perché si migliorerebbe la sicurezza dell’approvvigionamento, bypassando la Russia e le crisi invernali che anche quest’anno, come nel 2005, hanno portato alla riduzione delle forniture. La vera differenza, in entrambi i progetti del corridoio meridionale rispetto a quelli settentrionali, la fa l’assenza dell’Eni, che attualmente detiene il monopolio delle importazioni. Si aprirebbe così, una volta per tutte, alla concorrenza in questo settore, specie in vista della separazione della proprietà tra Eni e Snam, che gestisce la rete di distribuzione. E’ ciò a cui tanto aspira il Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera.
Fra due mesi, dunque, potrebbe esserci la svolta. E tra i concorrenti, specie tra Itgi e Tap, è guerra all’ultimo colpo. Il primo, partecipato da Edison e dalla greca Depa, è già in fase di progettazione esecutiva, perché ha già in mano tutte le autorizzazioni del ministero dell’Ambiente e di quello dello Sviluppo Economico, che lo considera “l’opzione più avanzata ed economicamente efficiente nel medio periodo per l’export del gas azero verso l’Europa”, com’è scritto in una nota ufficiale diramata dopo l’incontro di luglio con il ministro dell’Energia dell’Azerbaijan Natig Aliev. Ma i destini dell’Italia, dicevamo, non si decidono a Roma, bensì a Baku. E lì la Trans Adriatic Pipeline ha una marcia in più. Al suo interno, infatti, possiede cospicue quote la norvegese StatoilHidro, che detiene anche, guarda caso, il 25,5 per cento delle azioni dell’Aioc, il consorzio che gestisce i pozzi di Shah Deniz.
E’ in questi giochi quasi fatti, in questo groviglio di strategie più grandi e lontane, che in maniera inconsapevole entra in campo il Salento. E’ la terra in cui, in entrambe le alternative del corridoio Sud, è previsto l’arrivo del gasdotto. Una ventina di km separano San Foca da Otranto. E’ stata necessaria, tuttavia, l’installazione in mare di una piattaforma per i sondaggi, nei giorni scorsi, a scoperchiare il pentolone e a mettere tutti di fronte al fatto compiuto. In pochi sapevano. Di certo, l’incontro di due sere fa a Melendugno dimostra che la gran parte delle comunità locali ignorava i termini della questione. Se a Otranto l’approdo di Itgi Poseidon è previsto in un’area tutto sommato già infrastrutturata – in cui sorgerà anche il nuovo porto turistico – , a San Foca, invece, attraversa una zona delicatissima, vicino alla scogliera di San Basilio, sabbia sottile e falesie fragilissime, fondali costellati da grotte carsiche e da reperti archeologici, praterie di poseidonia, l’alga protetta, che proprio i saggi di Tap hanno svelato.
San Foca, però, paga lo scotto di non aver mai sottoposto a nessun vincolo la sua costa. Non è riconosciuta come patrimonio storico, non è un Sic, non è un’area protetta, tutti motivi per cui Tap ha trovato impedimenti per far sbarcare il suo gasdotto a Brindisi, in piena area industriale. I salentini non ci stanno. “Qui stiamo lottando per avere una vera vocazione turistica, stiamo impegnando denari ed energia, non vogliamo sentir parlare di altro. E poi nessuno viene a illustrarci i rischi, eppure solo qualche settimana fa è esploso un gasdotto in Lunigiana”. A dirlo è Alfredo Fasiello, coordinatore di “No Tap”, il movimento che da Facebook si è diffuso a tamburo battente e ora coagula il dissenso. “Non vogliamo essere comprati – aggiunge – rifiutiamo qualsiasi royalty, qualsiasi indennizzo, perché questo sottende che ci sarà comunque un danno da compensare. Abbiamo il diritto di dire la nostra attraverso un referendum popolare”.
Qualcun altro, durante l’assemblea, è pessimista: “Ancora non abbiamo capito che le decisioni passeranno sulle nostre teste, ci sono interessi troppo forti”. Il che non è per niente da escludere. Solo l’investimento Tap si aggira intorno a 1,5miliardi di euro. E che faccia e abbia fatto gola a molti lo dicono le intercettazioni telefoniche e le carte delle Procure di Bari e Pescara, dove spuntano i nomi di imprenditori e faccendieri come Roberto De Santis, vicinissimo a Massimo D’Alema, Valter Lavitola e Giampaolo Tarantini.
Tutto parte da un’intercettazione ambientale della Guardia di Finanza barese nell’ambito dell’inchiesta sulle escort. E’ il 10 febbraio 2009, l’argomento riguarda i due gasdotti in concorrenza per aggiudicarsi il corridoio Sud. De Santis, discutendo con Tarantini, dice: “La Puglia non darà altri accrediti perché ci sono già due punti, un tubo che sbarca dalla Grecia ad Otranto, che è di Edison, un altro tubo che sbarca dall’Albania a Brindisi… che è quello su cui stavo lavorando io… Presso il ministero dell’Industria è stata istruita questa pratica, perché… c’è tutto pronto, bisogna solo firmare l’intesa tra Albania e Italia”. Tarantini si propone, allora, da intermediario per convincere Silvio Berlusconi ad accelerare i tempi e chiosa: “Il ministro dell’Industria chi è? Scajola. Ho fatto due viaggi in aereo con quello: un uomo suo, si mette a pecora quello”. Il giorno successivo, stando alle carte dell’inchiesta barese, il re delle protesi Tarantini incontra Berlusconi per parlare proprio del gasdotto.
Ma a fare azione di lobbying su un altro fronte, quello del ministro degli Esteri, ci si mette pure Valter Lavitola. In una telefonata intercettata il 15 ottobre 2009, l’ex direttore de l’Avanti parla con la segretaria di Franco Frattini, per chiedergli di fissare un incontro a tre tra lui, il ministro e il vicepresidente albanese Ilir Meta, in occasione della visita ufficiale fissata per il mese successivo. E’ “questione di un’importanza straordinaria”, dice Lavitola. E’ quella relativa al progetto Tap.
Quell’incontro non si è mai tenuto, ma com’è continuata la storia lo dice una lettera riservata datata 20 ottobre 2010 e che Il Fatto Quotidiano ha pubblicato. Così scrive il premier albanese Sali Berisha a Silvio Berlusconi, che comunque non gli avrebbe risposto: “Sono convinto che il Suo sostegno [...] creerà il fondamento necessario per far diventare il progetto Tap una realtà e quindi ad ottenere così una visione storica del corridoio di gas a favore d’Italia, Albania e dell’Unione Europea”. La sabbia nella clessidra sta per terminare. Ad aprile si capirà quali interessi saranno a prevalere.
Tiziana Colluto
sabato 18 febbraio 2012
LO STRANO CASO DELL'EMERGENZA GAS
Puntuale, con l'emergenza neve, è arrivata l'emergenza gas. Ma esiste davvero, per il nostro paese, un problema di approvvigionamenti o è essenzialmente una questione di gestione della risorsa gas? E soprattutto, dietro l'agitazione per l'emergenza, si nascondono altre finalità?
Ciò che non convince, in primo luogo, è il comportamento di Gazprom, il colosso energetico russo, che nei giorni scorsi ha ridotto le proprie forniture di gas ai paesi europei in percentuali che arrivano fino al 30%.
La Russia ha fatto troppi contratti che ora non riesce ad onorare? Strano, per una nazione che vanta enormi giacimenti di gas e che ha in progetto la realizzazione del mega gasdotto South Stream che dovrebbe portare in Europa ben 63 miliardi di metri cubi di gas l'anno.
L'occasione è ghiotta e il generale inverno dà un aiuto a Gazprom per ricordare agli europei che il principale rubinetto del gas, dall'Est, è nelle sue mani. La Russia ha tutto l'interesse a creare allarme, ed infatti Putin ne ha subito approfittato per attaccare l'Europa ("sarebbe da ricordare adesso chi rallentava la costruzione di North Stream") e, naturalmente, per spingere sulla realizzazione di South Stream (che vede la partecipazione dell'Eni al 20% e del quale un braccio dovrebbe approdare in Italia, ad Otranto). In ogni caso, il 6 febbraio scorso, la portavoce del Commissario UE all'Energia, Guenther Oettinger, ha dichiarato : "Non c'è alcuna emergenza gas in Europa".
Veniamo all'Italia. Il nostro paese ha un'ottima diversificazione degli approvvigionamenti di gas: l'85-90 % viaggia in gasdotti che arrivano dal nord Europa (Olanda e Norvegia), dall'Est (Russia) e dall'Africa (Algeria e Libia). Inoltre sono operativi due rigassificatori (Rovigo e Panigaglia) che danno circa il 15% del gas consumato in Italia.
Questa diversificazione consente al nostro paese di superare agevolmente le situazioni di crisi. Come quando ci furono temporanee interruzioni a causa della guerra in Libia o a causa di una frana in Svizzera. Ma allora non si parlò di emergenza. Certo, ora siamo in inverno e la possibile carenza di gas fa molta più presa sull'opinione pubblica. Eppure, nonostante l'eccezionalità degli eventi meteorologici di questi giorni, i picchi di consumo sono molto simili a quelli del dicembre 2010 quando toccarono i 459 milioni di metri cubi al giorno.
Il vero problema, per l'Italia, non è una insufficienza delle infrastrutture ma, al contrario, le anomalie e le disfunzioni prodotte dalla gestione monopolistica di Eni e Snam. I consumi di gas, nel nostro paese, non hanno mai superato gli 85 miliardi di metri cubi l'anno, mentre le infrastrutture esistenti (metanodotti e rigassificatori) hanno una capacità di importazione ben superiore : 107 miliardi.
Non sono, perciò, gli impianti che mancano. E' che, spesso, nei tubi non passa gas a sufficienza. Perché? Una denuncia precisa, nei mesi scorsi, è arrivata da Confindustria Ceramica : "In Italia c'è pochissima liquidità sul mercato del gas, ma non perché non ne arrivi abbastanza. Le forniture correnti abbondano rispetto alla domanda che è calata per le note difficoltà dell'industria. La vera ragione è che la capacità di importazione è sottoutilizzata dall'Eni, che la sfrutta solo al 60% e non consente ad altri di far passare il proprio gas nelle infrastrutture inutilizzate" ( Sole 24 ore del 14.9.11). Ciò ci aiuta a capire perché, da noi, la bolletta del gas è più alta rispetto agli altri paesi europei. Intanto, i consumi continuano a scendere. Nel 2010 non hanno raggiunto gli 83 miliardi di metri cubi, mentre nel 2011 si sono fermati a circa 78 miliardi (Sole 24 Ore 07 Febbraio 2012). E per il futuro? Afferma Matteo Verda, ricercatore dell'Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano e autore del libro "Una politica a tutto gas": "Qualche tempo fa Leonardo Bellodi dell'Eni, in un'audizione al Senato ha detto che in Italia non si stima un ritorno dei consumi ai picchi del 2005 prima del 2020" ( Panorama.it 8.2.12).
A cosa servono, allora, i 4 nuovi metanodotti che dovrebbero giungere in Italia dall'Africa e dall'Est Europa e gli oltre 10 rigassificatori progettati, dei quali 3 in dirittura d'arrivo? L'obiettivo è dichiarato con enfasi nelle pagine di pubblicità che Snam compra sui maggiori quotidiani italiani : "diventare l'hub europeo del gas".In parole povere, il gas che arriverà attraverso le nuove infrastrutture sarà rivenduto ai paesi del centro Europa. Il che spiega molto bene a cosa dovrebbe servire il nuovo mega gasdotto Brindisi- Minerbio di 687 Km, destinato a sconvolgere l'Appennino. Ciò che non quadra è perché un'operazione puramente commerciale, che ha per scopo quello di portare enormi profitti nelle casse della Snam, debba essere pagata dai nostri territori e dalle nostre popolazioni in termini di rischi e costi elevatissimi per la salute, la sicurezza, l'ambiente e le economie locali.
Come per tutte le emergenze anche quella relativa al gas è soprattutto un problema di previsione e di organizzazione. Proprio per situazioni come quella dei giorni scorsi esistono gli stoccaggi che, in Italia, sono pari a circa 15 miliardi di metri cubi di gas, di cui 5 strategici.
La prima incongruenza che balza agli occhi è che anche qui esiste una situazione di monopolio: infatti il 97% degli stoccaggi appartiene a Stogit, società del gruppo Snam che così, anche in questo settore, come per l'import e la distribuzione, fa sostanzialmente il bello e cattivo tempo.
"Riteniamo che le riserve disponibili e il quadro complessivo di utilizzo delle risorse del sistema gas rendessero possibili altri modi per affrontare questa emergenza climatica" ha dichiarato Paolo Culicchi, presidente del consorzio industriale Gas Intensive; mentre Massimo Mucchetti (Corriere della Sera dell'8.2.12) ha osservato : "se scatta un'emergenza a fine stagione, con stoccaggi già sfruttati, la reazione diventa difficile" e ricorda come per anni "la Stogit ha redistribuito gli utili alla casa madre senza investire". "In Italia esiste un problema serio di logistica: il gas c'è ma non riusciamo a distribuirlo in modo corretto ed efficiente quando ci sono picchi di richieste come quelli di questi giorni" ha dichiarato (Panorama.it 8.2.12) Alberto Bitetto, titolare di Ital Gas Storage, che è in procinto di realizzare un grande sito di stoccaggio in provincia di Lodi.
In definitiva, la questione centrale non è la carenza di gas ma piuttosto la gestione del sistema gas nel nostro paese. Un sistema che muove interessi talmente giganteschi da farci legittimamente chiedere quanto dell'emergenza di questi giorni è reale e quanto è invece abilmente pilotato per raggiungere scopi non apertamente dichiarabili.
Il metano ti dà una mano, diceva una pubblicità di tanti anni fa: così la mano la dà, ma non ai cittadini bensì a chi intende continuare a mantenere, a livello internazionale e nel nostro paese, posizioni di assoluto dominio.
Comitato No Tubo-Gruppo d’intervento giuridico
Ciò che non convince, in primo luogo, è il comportamento di Gazprom, il colosso energetico russo, che nei giorni scorsi ha ridotto le proprie forniture di gas ai paesi europei in percentuali che arrivano fino al 30%.
La Russia ha fatto troppi contratti che ora non riesce ad onorare? Strano, per una nazione che vanta enormi giacimenti di gas e che ha in progetto la realizzazione del mega gasdotto South Stream che dovrebbe portare in Europa ben 63 miliardi di metri cubi di gas l'anno.
L'occasione è ghiotta e il generale inverno dà un aiuto a Gazprom per ricordare agli europei che il principale rubinetto del gas, dall'Est, è nelle sue mani. La Russia ha tutto l'interesse a creare allarme, ed infatti Putin ne ha subito approfittato per attaccare l'Europa ("sarebbe da ricordare adesso chi rallentava la costruzione di North Stream") e, naturalmente, per spingere sulla realizzazione di South Stream (che vede la partecipazione dell'Eni al 20% e del quale un braccio dovrebbe approdare in Italia, ad Otranto). In ogni caso, il 6 febbraio scorso, la portavoce del Commissario UE all'Energia, Guenther Oettinger, ha dichiarato : "Non c'è alcuna emergenza gas in Europa".
Veniamo all'Italia. Il nostro paese ha un'ottima diversificazione degli approvvigionamenti di gas: l'85-90 % viaggia in gasdotti che arrivano dal nord Europa (Olanda e Norvegia), dall'Est (Russia) e dall'Africa (Algeria e Libia). Inoltre sono operativi due rigassificatori (Rovigo e Panigaglia) che danno circa il 15% del gas consumato in Italia.
Questa diversificazione consente al nostro paese di superare agevolmente le situazioni di crisi. Come quando ci furono temporanee interruzioni a causa della guerra in Libia o a causa di una frana in Svizzera. Ma allora non si parlò di emergenza. Certo, ora siamo in inverno e la possibile carenza di gas fa molta più presa sull'opinione pubblica. Eppure, nonostante l'eccezionalità degli eventi meteorologici di questi giorni, i picchi di consumo sono molto simili a quelli del dicembre 2010 quando toccarono i 459 milioni di metri cubi al giorno.
Il vero problema, per l'Italia, non è una insufficienza delle infrastrutture ma, al contrario, le anomalie e le disfunzioni prodotte dalla gestione monopolistica di Eni e Snam. I consumi di gas, nel nostro paese, non hanno mai superato gli 85 miliardi di metri cubi l'anno, mentre le infrastrutture esistenti (metanodotti e rigassificatori) hanno una capacità di importazione ben superiore : 107 miliardi.
Non sono, perciò, gli impianti che mancano. E' che, spesso, nei tubi non passa gas a sufficienza. Perché? Una denuncia precisa, nei mesi scorsi, è arrivata da Confindustria Ceramica : "In Italia c'è pochissima liquidità sul mercato del gas, ma non perché non ne arrivi abbastanza. Le forniture correnti abbondano rispetto alla domanda che è calata per le note difficoltà dell'industria. La vera ragione è che la capacità di importazione è sottoutilizzata dall'Eni, che la sfrutta solo al 60% e non consente ad altri di far passare il proprio gas nelle infrastrutture inutilizzate" ( Sole 24 ore del 14.9.11). Ciò ci aiuta a capire perché, da noi, la bolletta del gas è più alta rispetto agli altri paesi europei. Intanto, i consumi continuano a scendere. Nel 2010 non hanno raggiunto gli 83 miliardi di metri cubi, mentre nel 2011 si sono fermati a circa 78 miliardi (Sole 24 Ore 07 Febbraio 2012). E per il futuro? Afferma Matteo Verda, ricercatore dell'Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano e autore del libro "Una politica a tutto gas": "Qualche tempo fa Leonardo Bellodi dell'Eni, in un'audizione al Senato ha detto che in Italia non si stima un ritorno dei consumi ai picchi del 2005 prima del 2020" ( Panorama.it 8.2.12).
A cosa servono, allora, i 4 nuovi metanodotti che dovrebbero giungere in Italia dall'Africa e dall'Est Europa e gli oltre 10 rigassificatori progettati, dei quali 3 in dirittura d'arrivo? L'obiettivo è dichiarato con enfasi nelle pagine di pubblicità che Snam compra sui maggiori quotidiani italiani : "diventare l'hub europeo del gas".In parole povere, il gas che arriverà attraverso le nuove infrastrutture sarà rivenduto ai paesi del centro Europa. Il che spiega molto bene a cosa dovrebbe servire il nuovo mega gasdotto Brindisi- Minerbio di 687 Km, destinato a sconvolgere l'Appennino. Ciò che non quadra è perché un'operazione puramente commerciale, che ha per scopo quello di portare enormi profitti nelle casse della Snam, debba essere pagata dai nostri territori e dalle nostre popolazioni in termini di rischi e costi elevatissimi per la salute, la sicurezza, l'ambiente e le economie locali.
Come per tutte le emergenze anche quella relativa al gas è soprattutto un problema di previsione e di organizzazione. Proprio per situazioni come quella dei giorni scorsi esistono gli stoccaggi che, in Italia, sono pari a circa 15 miliardi di metri cubi di gas, di cui 5 strategici.
La prima incongruenza che balza agli occhi è che anche qui esiste una situazione di monopolio: infatti il 97% degli stoccaggi appartiene a Stogit, società del gruppo Snam che così, anche in questo settore, come per l'import e la distribuzione, fa sostanzialmente il bello e cattivo tempo.
"Riteniamo che le riserve disponibili e il quadro complessivo di utilizzo delle risorse del sistema gas rendessero possibili altri modi per affrontare questa emergenza climatica" ha dichiarato Paolo Culicchi, presidente del consorzio industriale Gas Intensive; mentre Massimo Mucchetti (Corriere della Sera dell'8.2.12) ha osservato : "se scatta un'emergenza a fine stagione, con stoccaggi già sfruttati, la reazione diventa difficile" e ricorda come per anni "la Stogit ha redistribuito gli utili alla casa madre senza investire". "In Italia esiste un problema serio di logistica: il gas c'è ma non riusciamo a distribuirlo in modo corretto ed efficiente quando ci sono picchi di richieste come quelli di questi giorni" ha dichiarato (Panorama.it 8.2.12) Alberto Bitetto, titolare di Ital Gas Storage, che è in procinto di realizzare un grande sito di stoccaggio in provincia di Lodi.
In definitiva, la questione centrale non è la carenza di gas ma piuttosto la gestione del sistema gas nel nostro paese. Un sistema che muove interessi talmente giganteschi da farci legittimamente chiedere quanto dell'emergenza di questi giorni è reale e quanto è invece abilmente pilotato per raggiungere scopi non apertamente dichiarabili.
Il metano ti dà una mano, diceva una pubblicità di tanti anni fa: così la mano la dà, ma non ai cittadini bensì a chi intende continuare a mantenere, a livello internazionale e nel nostro paese, posizioni di assoluto dominio.
Comitato No Tubo-Gruppo d’intervento giuridico
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